Monologo 1 - FLK: Adieu Monsieur Federicò

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le letture
ALESSANDRO MONTELLO

“Amerò per sempre quello che non posso possedere”

“ecco”.
“diciamo così: le messe in suffragio cominciano di solito con una riflessione. Per oggi la riflessione è questa: se siete qui, è perché non siete sani. Proprio così. Vi è accaduta qualche cosa. Un incidente? Una malattia? Un evento traumatico nella vostra infanzia?
Che ne so: siete per caso caduti da piccoli in un pentolone pieno di intrugli e rospi. Di sabato mattina magari. Mattina presto. O forse era giovedì?
Però nel pentolone ci siete cascati. E ci si casca, oh se ci si casca.
Nascere puri e immacolati, nascere bambini e poi, puf: pentolone di intrugli e rospi.
Era sabato sera, novembre, il 5, San Zaccaria, freddo.
Ero bambino. E come tutti i bambini avevo gli occhi che ridevano. Ero paffutello. Venivo bene anche nelle foto in bianco e nero. I bambini vengono sempre bene: hanno quell’aria….. da bambini…. Cosa gli può capitare??
Anch’io ero così: paffutello, sorridente e bambino. Non ero ancora uno di quei soggetti maturi adulti che fanno le cose da grandi, un SOGGETTO a cui dalla nascita viene imposto un numero seriale, un codice a barre, sequenza di lettere e numeri in maiuscolo che dà diritto a una lista di farmaci.
È dopo che sono diventato questa… cosa, DOPO il pentolone.
È possibile che io non corrisponda alla più diffusa idea di uomo. Uno di quelli che mangia il gelato senza sbrodolare.
Piuttosto mi definirei un codice a barre. Una serie di linee, lettere e numeri che dà diritto a uno di quei magici foglietti rosati fatti apposta per stamparci sopra una lista di farmaci.
Idealmente sono una lista della spesa. Di quelle che si tengono in tasca un po’ unte, impiastricciate di sudore remoto. Sudore psicofarmaco.
Una lista silenziosa da affidare alle mani di un camice bianco sorridente: a lui porgi la tua personalissima e nutrita lista, con la fiducia di un ex voto a Madonna.
Ecco: sono la semplicità di un codice a barre. Barra grossa, barra fina. Fina, fina, grossa, fina, fina. Purezza asettica e rigore logico.
La logica, che santa speranza! Tutto incasellato, uniformato, semplice e lineare.
Quanto me, danno collaterale della psichiatria, io sono la cosa pura che spaventa.
E allora è meglio metterla dietro ad un codice a barre.
Dietro i codici a barre si dicono parole, si scrivono parole, si recitano poesie nudi davanti allo specchio.
Dietro al codice a barre sei ponte fra elettrodo ed elettrodo, scintilla creativa. Purezza.
Io non sono mai stato matto. Sono solo puro. Immacolato.
E in questo mondo, questo è un affronto. Io nudo poeta scemo davanti allo specchio scrivo versi guardando gli uomini farsi piccoli piccoli. Scrivo versi, e ogni riga è un indumento che cade.
Ma spoglio voi non me. Spoglio voi che avete paura del corpo, del sudore, dell’odore. E di me.
Ero un bambino. Come tutti i bambini avevo forma di bimbo. Paffutello. Solare: bambino.
Era sabato, un pentolone ribolliva sul fuoco. Cadendo non mi sono scottato. No, no, no.
E poi ho usato la scala dei versi per uscirne. È stata l’occasione per non morire. A me è servita a non morire. A voi non so. A voi a che vi serve?
Chi lo sa. Voi siete qui e non lo sapete il perché. Intuite, lontanamente, che ci sia in voi qualcosa di intimamente guasto.
Vi depilate le ascelle in cerca di linfomi. Eccedete nel sapone, vi pulite interiormente con il Supradin. Ma resta l’alone di un sospetto.
Se siete qui questa sera è perché non siete sani. Vi portate dentro un’ombra, la vostra, che non vi basta per vivere.
E io? Non avessi scritto poesie sarei morto. È il destino, il mio. Ma poteva capitare anche a voi. 
 
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